Esposizione
Quanto è difficile e quanto potrebbe diventare potente esporsi sempre di più.
In terza elementare, la mia professoressa di italiano, la Tanini, era una donna dal carattere molto forte, decisa e proprio per quello vista come “cattiva” da me e i miei compagni di classe.
Spesso da bambini, e a volte anche da grandi, facciamo confusione nel giudicare una persona tutta di un pezzo e decisa scambiandola erroneamente per cattiva.
La cattiveria: chiunque mi smusasse un po’ era automaticamente “cattivo”. Lo era la mamma, il babbo, la nonna quando mi sgridavano o non mi permettevano di fare qualcosa. Bastava una vibrazione nella voce che assumesse un tono più alto, potente, graffiante che automaticamente rendeva quella persona “cattiva”.
Chiaramente i miei genitori e mia nonna tornavano ad essere buoni dopo le sfuriate che giustamente scatenavo in loro.
La maestra o la professoressa invece era molto difficile che potesse fare questa conversione ai tuoi occhi. Molto probabilmente restava cattiva per l’eternità.
Chiaramente crescendo sono riuscito a distinguere le varie sfumature di carattere che possono avere le persone e sono quindi riuscito a capire che la Tanini era in realtà una persona da cui, col senno di poi, avrei potuto imparare qualcosa in più se non l’avessi visualizzata eternamente come nemica.
È stata la prima persona che mi parlò del voto. Era una lezione di italiano che ad un certo punto divagò in un discorso parallelo. Ci stava parlando di politica, non di cose difficili, di leggi, decreti, mandati ma semplicemente una chiacchiera su come potevamo decidere e prendere una decisione quando saremmo stati maggiorenni. Andare a votare – ci disse – è un dovere, un diritto, ed è segreto, il voto è segreto. Ecco sul significato del segreto del voto mi ci interrogai quasi immediatamente e crescendo e guardando le persone intorno a me notai che quel concetto lo conoscevano in tanti, è una regola in effetti, la segretezza del voto, ma ho capito che quel messaggio in realtà è stato traviato da tanti. Per segretezza del voto si intende che nessuno può vedere il tuo voto se non lo vuoi rendere pubblico, non che sia proibito comunicare la propria scelta.
Spesso mi sono sentito rispondere alla scomoda domanda “tu chi hai votato?” con: “il voto è segreto” come se fosse appunto negata la possibilità di rivelare la propria scelta e io ho sempre visto in chi mi rispondeva così una sorta di nascondiglio, come dire: non sono in grado di argomentare la mia scelta, mi mette in difficoltà un confronto, mi vergogno della mia scelta e quindi mi nascondo dietro la “segretezza del voto”.
Ognuno legittimamente può decidere di condividere o meno le proprie idee però tutto questo ragionamento mi ha portato a pensare che spesso siamo educati a nascondere la propria idea, a non manifestarla per non incorrere in giudizi esterni, in confronti con chi la pensa all’opposto di noi e questa è senza dubbio una sconfitta.
Anni fa mi ricordo di essermi trovato esattamente nella situazione di vergognarmi di un mio voto alle elezioni comunali di Firenze, il mio primo voto.
Avevo appena compiuto 18 anni e non mi interessavo minimamente di politica ma impazzivo per il calcio.
Il mio voto andò a Galli, ex portiere della fiorentina che era candidato a sindaco per la LEGA NORD (Dio perdonami), niente di più lontano da ciò che voterei adesso… e si, di quel voto mi vergognavo perché sapevo essere stato fatto un po’ così, a caso e infatti rimase SEGRETO.
Sono sempre stato un po’ pessimista dei nostri tempi e verso il futuro ma devo ammettere che sto rivalutando alcune cose del presente su cui ero molto critico. I social per esempio. Queste macchine create per farci organizzare le cene delle medie con compagni di classe che fortunatamente non vedevamo da quindici/venti anni sono divenute in realtà uno strumento per far sentire la propria voce. Molte volte e di molte voci potremmo farne benissimo a meno, questo è certo, ma quei pochi che usano bene i social (perché si possono usare bene) sono diventati la voce che denuncia ciò che vedono, ciò che secondo loro non va, argomentandolo. Insomma se almeno un passo è stato fatto rispetto al passato è stato quello di esporsi davanti al mondo intero (seppur virtuale). Le idee circolano, circolano quelle della gente e non quelle dei giornali o delle TV, apparecchi oramai obsoleti per i contenuti che offrono.
Su di me tutto ciò ha avuto un effetto positivo, leggo tantissimi pareri discordanti e metto sempre in dubbio la mia idea precedente, cosa di cui vado particolarmente fiero.
Insomma esporsi, un termine che quasi richiama la pericolosità, ma che in questo preciso periodo storico sembra vitale, con i suoi pro e contro. Il rischio di creare tifoserie da stadio che seguono oramai la spettacolarizzazione della guerra è altissimo e ciò non è una cosa che incentiva dei confronti costruttivi ma solo guerre di parole tra fazioni che non arriveranno mai a trovare un punto di incontro.
Io ho le mie posizioni, le rivendico e mi piace ascoltare chi rivendica le proprie con decisione, senza vergogna ma con educazione, con chi mi stimola un ragionamento. Credo che questo mancasse prima dell’avvento dei social, si è creato un caleidoscopio di opinioni da cui noi tutti possiamo attingere.
Proprio il passato è quello che sta cercando di oscurare il futuro, spaventato da esso. Mi viene in mente la serata del festival di San Remo dove i cantanti Ghali e Dargen D’amico rivendicavano le proprie posizioni contro il genocidio, il massacro a danno dei palestinesi e l’immenso dramma dei morti nel mediterraneo ma la RAI, la TV, il passato, hanno tentato di nascondere ciò, hanno avuto paura dell’esposizione di due cantanti e che quindi hanno un ampia visibilità. La società appartenente ancora al passato, quella vigliacca e pigra ha risposto che “i cantanti dovrebbero cantare e non pensare alla politica”. Ciò che si discuteva in quelle dichiarazioni era UMANITÀ, la politica non c’entra niente.
Un altro esempio di esposizione e che mi ha dato l’idea per questa riflessione è stato un recente post di Francesco Puppi, campione di Trail Running. Il post in questione era una storia di Instagram in cui all’arrivo della CCC (gara della lunghezza di 100 chilometri appartenente alle finals del circuito UTMB di trail running) Puppi sventolava una piccola bandiera palestinese. La storia successiva erano alcuni commenti che gli erano stati scritti in risposta proprio a quella foto all’arrivo con la bandiera sventolante. Mi ha abbastanza infastidito leggere che qualcuno ha trovato inopportuno quel gesto. Ognuno è libero di esprimere la propria opinione, anche se può essere orribile, ma ciò che mi ha fatto riflettere è stato il fatto che molti commentassero con frasi del tipo: “la politica non deve entrare nello sport”. La risposta che mi sono dato fra me e me è stata : stare dalla parte di un popolo martoriato non è politica e perché, anche se fosse, la politica non dovrebbe entrare nello sport? Una frase a cui seriamente non ho mai dato un senso… Chiunque abbia una visibilità importante non deve essere criticato se si espone su cose che non riguardano prettamente il mondo a cui appartiene anzi, bisognerebbe elogiare chi, senza timore, espone e rivendica i propri valori etici e morali. Recentemente la stessa critica è stata mossa a persone che avrebbero voluto che fosse annullata la partita di calcio tra Italia-Israele con esattamente le stesse parole: “fuori la politica dal calcio, noi vogliamo giocare!”...e bravi che dire, come al solito, che nessuno tocchi il calcio, anche davanti a migliaia di cadaveri innocenti, c’è un mondiale da conquistare!! Ma seriamente è possibile che nessuno sia riuscito a pensare all’effetto e alla potenza mediatica che avrebbe scatenato la decisione di fermare Italia-Israele? Non perché avrebbe fermato il massacro chiaramente ma perché avrebbe dato una parola in più ad una situazione drammatica. Come era immaginabile invece nessuno dei protagonisti (calciatori, allenatore, presidenti) si è esposto, solo frasi fatte, parole di rito. In effetti qualcuno si è esposto: “non possiamo permetterci di non andare ai mondiali”. Parola ai milionari.
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Pochi giorni dopo sulle strade si sono riversate circa due milioni di persone nelle piazze italiane, rinunciando alla paga, senza nessun mondiale da vincere ma solo per gridare lo schifo a cui stiamo assistendo.
Hanno deciso che “la segretezza del voto”, in questo momento, è meglio accantonarla.
Quelle persone, hanno deciso di esporsi
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